Emma Tricca

"St.Peter"

Dell'Orso

20 Aprile 2018

“Sapevo di essere pronta per un cambiamento” racconta Emma Tricca in merito alla direzione presa con il suo ultimo album “St.Peter”. Già mentre stava lavorando a “Relic” nel 2014 i semi erano stati piantati. “Di solito quando sono nel bel mezzo di un disco sto già pensando a quello successivo, è un processo continuo. Sono sempre intenta a buttare giù nuove idee, testi, melodie, prendendo appunti ovunque mi trovi”. Emma è continuamente in viaggio tra Londra, Roma e New York e riesce a dare forma alle sue ispirazioni ovunque prendano vita. Alcune canzoni di questo disco sono state abbozzate nei cafè si Soho, in appartamenti del Pigneto o in loft di Bushwick, nate da piccole esperienze quotidiane. L’immagine che ne deriva è quella classica del poeta che si abbevera alla fonte di una vita passata in viaggio, traendo nutrimento da ogni momento, la stessa Tricca richiama tra le sue maggiori influenze quelle dei poeti Beat degli anni ’50 e dai movimenti italiani dei Crepuscolari e dell’Ermetismo. Se l’album ha tratto ispirazione dal sovrapporsi di infinite immagini quotidiani ed esperienze personali di un artista dall’attenzione creativa sempre vigile, è stato però attraverso la collaborazione di un grande numero di musicisti. Al fianco di Emma troviamo infatti una lista di incredibili performer come Steve Shelley dei Sonic Youth alla batteria, Pete Galub al basso e Jason Victor dei Dream Syndicate alla chitarra (ma anche ad altri molti strumenti) e ospiti come Howe Gelb, Astrud Steehouder dei Paper Dollhouse e l’icona del folk Judy Collins. Quest’ultima in particolare (grande fan della Tricca a partire dal suo album del 2009 “Minor White”, pubblicato dalla Bird, etichetta di Jane Weaver) è una presenza di grande significato per la nostra cantautrice, come lei stessa spiega: “Ho letteralmente imparato il fingerpicking guardando vecchi video di Judy che io stessa avevo registrato quando avevo iniziato ad interessarmi a questo modo di suonare la chitarra. Ho praticamente consumato quei nastri per tanto che li ho guardati”.Il grosso del disco è stato registrato a Hoboken, nel New Jersey. “Un posto magico, uno studio da sogno: una grande sala in cui registrare dal vivo, pieno della migliore strumentazione che uno possa desiderare e incredibili musicisti con cui lavorare. Ci siamo divertiti senza che mai ci fosse un momento di tensione, senza che nessuno avesse atteggiamenti da primadonna, solo impegnati al servizio delle canzoni”. Emma voleva che il disco suonasse come “The Velvet Underground meets Fairport Convention” ma il risultato è qualcosa di ancora più ricco e aperto di quanto lei stessa avrebbe mai potuto augurarsi. Un album così carico di trame e texture che sembrano quasi qualcosa di tangibile, un raro disco che suona preciso e definito senza mai risultare freddo o senza vita. Le chitarre elettriche vibrano in perfetto controllo, mentre la chitarra di Tricca fluisce con grazia al centro delle canzoni e la sua voce trova un magico punto equilibrio tra leggera ruvidezza e fragile dolcezza. Il lavoro di Shelley alla batteria e alle percussioni è il sicuro battito cardiaco del disco, arricchito da una grande varietà di altri strumenti come pianoforte, basso, violoncello, violino, glockenspiel e le molte voci degli ospiti. Le radici più profonde di “St.Peter” sono indubbiamente rintracciabili nel folk ma sarebbe riduttivo fermarsi a quel modello, dal momento che il risultato finale di questo disco si situa in un territorio molto più ampio, fatto di numerose influenze stilistiche e geografiche. Possiamo spingerci anche a intravedere la presenza dello spirito della più famosa band di Hoboken, i Yo La Tengo.