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Vever

Laura Loriga è una cantautrice, pianista e compositrice nata a Bologna, che negli ultimi dieci anni ha sviluppato il proprio lavoro tra il suo Paese e gli Stati Uniti. Con Mimes of Wine, il suo progetto principale fino a poco tempo fa, ha scritto e pubblicato tre album (“Apocalypse sets in” Midfinger Records / Warner Chappell, 2009, “Memories for the unseen” Urtovox Records, 2012 e “La maison verte” Urtovox Records – ITA / Accidental Muzik – US, 2016), ricevendo un ottimo riscontro dalla stampa di settore. Laura ha vissuto a Los Angeles e poi a New York ed entrambe queste città, insieme all’Italia, hanno creato una sovrapposizione di influenze che hanno portato la sua scrittura a svilupparsi in una direzione molto personale. Partendo da atmosfere astratte, a tratti confinanti col mondo classico, Laura si è gradualmente avvicinata ad una crescente essenzialità e immediatezza, complementari a una continua ricerca sonora, attualmente basata su diversi tipi di organo invece che sul pianoforte acustico dei primi lavori. La sua musica è variegata e arricchita da elementi acustici ed elettrici (tra cui droni, nyckelharpa, harmonium), che danno vita ad una serie di ballate scure, a volte lontane dalla forma canzone ma sempre guidate dalla sua voce capace di grande espressività.
“Vever” è il suo primo album da solista ed è stato scritto a Brooklyn tra il 2018 e il 2019. Nel disco Laura è affiancata da Otto Hauser (Michael Hurley, Cass McCombs, Kevin Ayers, Devendra Banhart) alla batteria, Ran Livneh al contrabbasso, Stefano Michelotti alla chitarra elettrica, nyckelharpa e dilruba, Anni Rossi alla viola e Josh Werner (Coco Rosie, Lee Scratch Perry, Marc Ribot) al basso elettrico. Ma molti sono gli ospiti presenti in singoli brani, tra cui Ben Seretan, Janis Brenner (Meredith Monk & Vocal Ensemble, Janis Brenner and Dancers), Gareth Dickson (Gareth Dickson, Vashti Bunyan) e Jaye Bartell.
Tutte le canzoni sono state composte mentre Laura viveva la vita quotidiana della città di New York e sono state fortemente ispirate dalle persone care intorno a lei e dai concerti che ha avuto la fortuna di vedere in quel periodo. “Dal momento in cui mi sono trasferita i miei amici sono stati per me delle ottime guide, aiutandomi a sentirmi a casa e ad esplorare continuamente, dai negozi di libri, ai locali, ai quartieri, ai musei, alle case di persone nuove. Non sono in grado di raccontare una storia di questo disco che non sia fortemente radicata in questa danza e battaglia quotidiana e nelle relazioni umane che sono per me metà della vita. Poi, dall’eccezionale comunità musicale che mi ha circondato, ho cercato di imparare ad avere leggerezza, umiltà, a conoscere il mio lavoro più a fondo e godermi tutto ciò che comporta lo scrivere e il suonare, ovunque portino.” Laura ha conosciuto i musicisti presenti in questo disco a concerti, oppure vedendoli suonare, o perché sono passati a Greenpoint, dove lei lavorava in quel periodo. “Jaye Bartell mi è stato presentato da un amico – Dylan Angell – e noi tre abbiamo finito per girare l’Italia e l’Europa insieme con progetti diversi (quello di Jaye e Silver Ocean Sings) prima che gli chiedessi di suonare un brano sull’album. Otto Hauser mi è stato consigliato quando cercavo un batterista e nel momento in cui l’ho visto suonare con Erin Durant ho capito che avrebbe creato una base splendida per il disco, cosa che ha fatto. Altre persone importanti sono state Janis Brenner, da cui ho preso negli anni lezioni di canto e che mi ha insegnato a divertirmi con la mia voce (e che ha cantato nel disco), Misja Van Den Burg, che è stato un supporto fondamentale come ingegnere del suono fin dai primi demo (e poi in studio, insieme a Steve Silverstein) e naturalmente i Mimes of Wine, che da Bologna non hanno mai mancato di incoraggiarmi e che hanno finito (Stefano, Luca e Matteo) per partecipare all’album in un secondo momento.” Ultimo, ma non meno importante, è stato un amico di nome Brett, che una sera fuori, accanto a un whisky, ha messo sul tavolo una copia della raccolta di opere di Zbigniew Herbert, dicendo a Laura “Devi leggere qui”. Da allora lei ha sempre portato quel libro con sé e ha cercato nell’album di dare musica a una di quelle poesie (“Black Rose”).
L’album si apre con “Mimi” in cui la batteria di Otto Hauser, il contrabbasso di Ran Livneh e la viola di Anni Rossi creano un’atmosfera perfetta per il testo, dedicato alla figlia di una cara amica di Laura, Mimi. “Door Ajar” è un brano scritto in un pomeriggio newyorkese, poi rivoluzionato dal lavoro al mix di Misja Van Den Burg, in cui emerge il prezioso lavoro di Frank Meadows al basso e di Stefano Michelotti alla dilruba, strumento a corda indiano simile al sitar che viene però suonato con l’archetto. Segue la ballata “Balmaha” che porta il nome del villaggio che si affaccia sul Loch Lomond, il più grande lago della Gran Bretagna, nelle Lowlands scozzesi, brano in cui è ospite Ofir Ganon alla chitarra. “Citizens” è la canzone che Laura ha scritto per New York, dedicata alla vita immensa della città in cui lei si muoveva piccola, alle mille storie reali e non che la attraversano. In “Citizens” spiccano la linea di basso di Josh Werner e l’intervento di Enrico Pasini alla tromba. In “August Bells” i due ospiti speciali sono Janis Brenner (seconde voci) e Ben Seretan (chitarra elettrica), mentre Laura è impegnata anche al mellotron. “Black Rose” – il cui testo, come abbiamo sopra raccontato, viene da una poesia di Zbigniew Herbert, il poeta più caro a Laura, poesia utilizzata con il permesso della Herbert Estate e della traduttrice Alissa Valles – è il primo brano che Loriga ha scritto per questo disco, il primo in cui voce e organo hanno preso il primo posto. Brilla la viola di Anni Rossi mentre ospite d’onore è Luca Guglielmino alla chitarra. “You who speaks” è il brano in cui troviamo Jaye Bartell alla chitarra: a parlare è una donna che vive su un’isola, un personaggio simile a Circe. Aaron Rourk ha creato lo splendido arrangiamento di fiati per “Passes the flame” e ritroviamo qui anche Ben Seretan e Janis Brenner, ognuno con un ottimo cammeo. “Questo brano è la storia della mia famiglia – spiega Laura – delle donne in particolare, da 4 generazioni a questa parte, raccontata attraverso le parole di mia nonna, che ha avuto una vita e una memoria straordinarie”. “The sun rises where it rises” è un messaggio di incoraggiamento agli altri ma anche un po’ a sé stessi, scritto da Laura in un momento di difficoltà a New York; ospiti sono Gareth Dickson (chitarra), insieme a Stefano Michelotti alla chitarra elettrica ed effetti. Anche qui ha avuto grande peso il mix di Misja Van Ben Burg, in merito al quale Laura aggiunge “Misja ha avuto un ruolo molto importante nella post-produzione perché ha lavorato minuziosamente con me ad ogni brano per un anno (a distanza durante la pandemia, da New York), facendo molto più che un semplice mix. Inoltre, tutte le sottili derive elettroniche che si sentono nell’album sono opera sua”.
Il titolo “Vever” invece deriva dal libro “Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti” di Maya Deren. La parola, nella tradizione haitiana, descrive specifici disegni che vengono realizzati durante i rituali, rappresentazioni simboliche di diverse divinità che fungono da “faro” per il “loa” (spirito) che viene evocato. Questi disegni sono sempre esattamente simmetrici, perché presuppongono uno scambio tra i vivi e la divinità che avviene come in uno specchio; ciò è anche connesso al fatto che quegli spiriti sono i reali antenati dei viventi, quindi sono stati a loro volta uomini e donne nel passato. “Ho trovato questo molto interessante – spiega Laura – e mi ha fatto pensare alla sovrapposizione di spazi, tempi, persone, alla mia stessa famiglia e a quanto sia importante tutto questo in un presente che cambia cosi velocemente.” Forse questo album è a sua volta una speranza e una traccia di un vever, rappresentato dalla spooky house dipinta da Ripley Whiteside per la copertina, una casa di molteplici dimensioni che esiste con le sue fondamenta e che tutti noi costruiamo con la nostra esperienza attraverso diversi momenti e luoghi.