Serve

Uscirà a fine aprile il quarto album dell’irriverente punk-jazz band britannica WorldService Project, anche questa volta per i tipi di RareNoise Records. “Serve” arriva dopo l’album del 2016, uscito per la stessa label, intitolato “For King and Country”. Anche questa volta il gruppo guidato da Dave Morecroft crea un’opera di grande personalità, un riconoscibile mix di caos e disciplina, di ferocia e humor, attraverso cui vengono dosati con sapienza avant-funk, punk e free-jazz. Gli show della band sono intrisi di teatralità e di una sorta di energia catartica e questa intensità è resa con particolare maestria in questo nuovo capitolo della loro discografia. Come spiega Dave Morecroft – che oltre ad essere il cantante, il tastierista e il principale compositore dei brani dei WSP è anche il direttore artistico del festival londinese Match&Fuse – “Il nostro è un live pieno di energia, in cui ci gettiamo ogni volta sperando di uscirne vivi e pensiamo che se alla fine del concerto non stai praticamente sanguinando, allora non hai dato tutto quello che potevi dare”.
Tutta questa intensità è percepibile fin dall’apertura del nuovo album: “Plagued With Righteousness,” “Dai Jo Bo” sono partenze al fulmicotone, mentre i ritmi rallentano nella più teatrale “The Tale of Mr Giggles” e nella strumentale “Ease”. Il sinistro Mr Giggles è un personaggio che ritorna, dopo essere stato presente in due album precedenti (“Fire in a Pet Shop” del 2013 e “For King and Country” del 2016). Di lui Morecroft racconta “Mr Giggles è un clown che abbiamo usato come personaggio nei nostri live fin dal 2013. Lo interpreto io per una parte del nostro concerto e in alcune parti del mondo è particolarmente amato, ad esempio in Cina, in India e in Giappone. In questo disco ho deciso di approfondire ulteriormente il racconto sul suo personaggio per portare a un livello successivo il discorso sulla società, su quello che è considerato normale e folle nel nostro mondo” (per approfondire il personaggio http://www.worldserviceproject.co.uk/who-is-mr-giggles ). Ulteriori riflessioni politiche sono presenti nella potentissima “Now This Means War”, in cui si parla di Trump, Brexit e sui nuovi assetti mondiali, sulla quale Morecroft recita il suo profondo messaggio in inglese, francese, italiano e tedesco.
A completare il cast della nuova opera di WSP sono il sassofonista Tim Ower, il cui strumento aumenta la ferocia di “Runner” e “Now This Means War”, il trombonista Raphael Clarkson, il quale esibisce sfrenati assoli su “The Tales of Mr. Giggles” e “Ease”, il bassista Arthur O’Hara e il batterista Harry Pope. Dal canto suo Morecroft si scatena ai synth in particolare con l’assolo di “To Lose The Loved One” e con i layer aggiunti tutti i brani dell’album. Il leader della band spiega “Sono molto propenso ad ampliare le possibilità sonore di ogni strumento, sia in fase di registrazione che di postproduzione. Per questo album abbiamo lavorato con il produttore Liran Donin che è stato bravissimo a torare fuori il suono che volevamo in studio e a incrementarne potenza e possibilità espressive in fase di mixaggio”.
Morecroft si è recentemente trasferito a vivere a Roma e racconta una serie di riflessioni su se stesso, stimolate dalla vita in un ambiente molto diverso da quello londinese “Gli italiani sono molto interessati all’astrologia e questo mi ha spinto a riflettere su alcuni aspetti simbolici del mio segno zodiacale, Gemelli. Mi sono reso conto che sono un perfetto rappresentante di questo segno, per la mia tendenza ad essere sempre diviso tra due opposti, come emerge anche dal binomio chaos/disciplina della mia musica. Ed è l’equilibrio tra gli opposti ciò che mi attrae maggiormente, così come la capacità di vivere le cose in modi apparentemente antitetici o da diversi punti di vista: usare il cuore e la testa, relazionarmi alla musica come artista ma anche come ascoltatore, darmi limitazioni molto stringenti ma ambire alla libertà. E questi sono anche i temi che trovo interessanti a livello politico, sociale ed esistenziale.”
Le riflessioni si fanno più profonde anche in merito all’etichetta di band punk-jazz “ Abbiamo scelto questa definizione perché l’aggettivo punk è quello che ci rappresenta come attitudine, più che come stile musicale. Noi siamo dei punk nel senso che veniamo dall’underground, che i nostri show sono sfrenati, siamo anti-establishment e prendiamo delle posizioni politiche e siamo senza dubbio rappresentanti di una versione DIY del jazz britannico. Io penso che lagente si stia sempre più allontanando dalla necessità di mettere delle etichette di genere alla musica, cosa di cui sono contento, se poi devono definirci ci sta bene qualsiasi termine. Noi eravamo inzialmente molto più legati alla scena jazz di quanto non siamo oa, man mano che il tempo è passato, che siamo stat influenzati da altri ascolti e che abbiamo conquistato libertà espressiva, ci siamo mossi verso un suono diverso. Questo è quello che ho fatto io e che ho stimolato nei musicisti con cui lavoravo ed è così che siamo arrivati, con coraggio e convinzione, al punto di adesso, qualsiasi sia la definizione che ne si voglia dare.”